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La strage
di Piazza Fontana
1969
AUDIOGUIDA
L’isolamento di Occorsio
Al cuore della tensione
Alla fine del 1969 Vittorio Occorsio si occupò di due casi che lo segnarono profondamente, sia sul piano professionale sia personale, portandolo al centro dell’attenzione pubblica.
In un clima di fortissima tensione sociale, esasperato dalla morte del giovane poliziotto Antonio Annarumma, avvenuta solo cinque giorni prima a Milano durante una manifestazione sindacale, il 24 novembre 1969 Occorsio ordinò l’arresto di Francesco Tolin, responsabile del periodico di estrema sinistra Potere Operaio che in alcuni articoli si era espresso in favore della violenza come legittimo strumento di lotta politica.
Il provvedimento, giudicato sproporzionato, scatenò dure reazioni nell’opinione pubblica, interrogazioni parlamentari e una petizione rivolta al Capo dello Stato. A colpire maggiormente il magistrato fu però l’intervento di colleghi membri di una componente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Magistratura Democratica, che criticarono aspramente il suo operato. Si aprì così un importante dibattito sulla libertà di pensiero.
Occorsio rispose con fermezza durante la requisitoria del procedimento Tolin, svolto per direttissima il 1° dicembre 1969 e concluso con la condanna a 17 mesi di reclusione. Il giorno seguente si dimise dall’Associazione Nazionale Magistrati, come segno di protesta: l’ANM non aveva condannato quella che Occorsio considerava un’interferenza. La vicenda generò una profonda lacerazione e un dibattito interno alla magistratura che sarebbe durato a lungo.
Dubbi e depistaggi
Poco dopo Occorsio fu incaricato di indagare sulla strage di Piazza Fontana a Milano, avvenuta il 12 dicembre 1969. L’attentato, che fece 17 morti e 88 feriti, aprì una stagione tragica della storia repubblicana, quella della cosiddetta strategia della tensione. Nello stesso pomeriggio, due bombe esplose a Roma, all’Altare della Patria e nella sede della Banca Nazionale del Lavoro (BNL), provocarono 16 feriti. L’ultima azione avvenne dunque nella Capitale e, sulla base delle regole vigenti, l’intera indagine su quello che fu definito “un unico disegno criminale” fu affidata alla Procura di Roma. Occorsio era il magistrato di turno quel giorno.
Le sue indagini furono condotte con il rigore di un uomo delle istituzioni, ritenendo che nelle strutture dello Stato non potessero annidarsi elementi ostili alla Repubblica democratica. Le evidenze allora disponibili da parte dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno portavano alla responsabilità del Circolo anarchico “22 marzo” e a Pietro Valpreda. Occorsio aveva individuato inoltre le responsabilità di Mario Merlino, che si sarebbe rivelato un esponente di estrema destra infiltrato nel Circolo anarchico. Proprio seguendo la pista di Merlino, nella sua requisitoria Occorsio ipotizzò un coinvolgimento del neo fascista Stefano Delle Chiaie, capo dell’organizzazione Avanguardia Nazionale, il quale tuttavia non fu inserito tra gli imputati principali per mancanza di prove.
Dopo molti anni di indagini e sette processi, nel 2005 la responsabilità fu definitivamente individuata nell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo.
L’isolamento di Occorsio
Nel contesto delle drammatiche polemiche sulle accuse a Valpreda, che dopo il lunghissimo iter giudiziario fu assolto, Occorsio fu duramente attaccato dalla stampa e dall’opinione pubblica. A causa del suo ruolo nelle indagini fu considerato, insieme al commissario Luigi Calabresi e ad altri funzionari, tra i responsabili di un presunto depistaggio per coprire i mandanti della strage. Occorsio cercò di difendersi riesaminando attentamente ogni passo dell’inchiesta e rispondendo con smentite ufficiali e lettere ai giornali, come quella al «Corriere della Sera» del 19 dicembre 1972, in mostra.
Per via del difficile clima politico e dell’isolamento che lo circondava tra i casi Tolin e Piazza Fontana, il giornalista Giorgio Bocca scrisse: «Occorsio è un uomo solo, forse l’uomo più solo d’Italia».
«Il Giornale d’Italia», “Boia, schifoso! Assassini! urla Valpreda al magistrato!”
29 febbraio 1972
Nel febbraio 1972, Pietro Valpreda interruppe il processo per piazza Fontana gridando «boia» al PM Vittorio Occorsio. Il pubblico acclamò l’imputato e la confusione costrinse il presidente a ordinare lo sgombero forzato dell’aula e la sospensione dell’udienza. Per l’insulto ricevuto, Occorsio sporse querela e Valpreda venne condannato nel 1974 per le ingiurie pronunciate contro il magistrato.
ARCHIVIO FAMIGLIA OCCORSIO
Querela contro Camilla Cederna e «L’Espresso»
1972
Nel 1972 Occorsio querelò Camilla Cederna per l’articolo “Il candidato di Regina Coeli”, che definiva l’inchiesta su Piazza Fontana un cumulo di «falsificazioni». Il magistrato agì dopo che il processo era passato da Roma a Milano per incompetenza territoriale.
ARCHIVIO FAMIGLIA OCCORSIO
Requisitoria scritta per la strage di piazza Fontana
26 settembre 1970
Nel 1970 Occorsio nella sua requisitoria chiese la condanna di Valpreda e del Circolo XXII Marzo. Tuttavia, inquadrò Mario Merlino come sobillatore di destra infiltrato tra gli anarchici e ipotizzò il coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie, accusato di reticenza per aver taciuto fatti essenziali. Pur restando sulla pista anarchica, la requisitoria ammise quindi sospetti di complicità negli ambienti dell’estremismo nero.
CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA
Lettera al «Corriere della Sera» per richiedere rettifica
19 dicembre 1972
Con questa lettera del 19 dicembre 1972, Vittorio Occorsio contestava al direttore del «Corriere della Sera» il drastico mutamento di prospettiva del quotidiano: la trasformazione dell’anarchico Pietro Valpreda da “mostro” mediatico a “martire” civile. Per il magistrato, questa oscillazione dell’opinione pubblica contrastava con il rigore della Procura, che aveva sempre considerato Valpreda un imputato, lontano dalle etichette giornalistiche.
Tale tensione si rifletteva sulla controversia tecnica riguardante le borse utilizzate negli attentati, la cui autenticità veniva messa in dubbio dalla stampa. Occorsio difese con fermezza la regolarità delle perizie, ignaro del fatto che proprio su quei reperti si fosse concentrata l’attività dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Mentre le successive verità storiche hanno rivelato come questa struttura d’intelligence avesse manipolato i materiali probatori per deviare le indagini, Occorsio rivendicava con leale fermezza la validità degli atti, fidandosi di apparati dello Stato che – a sua insaputa – stavano inquinando l’istruttoria.
L’amarezza del magistrato nasceva dunque dal comportamento della stampa, percepito come scorretto e lesivo della dignità della funzione giudiziaria. La sua richiesta di sospendere l’invio del quotidiano alla Procura, accompagnata dal richiamo alla «serva Cecoslovacchia», rappresentò la ferma presa di posizione di chi esigeva onestà intellettuale in un momento in cui la giustizia appariva delegittimata dalle pressioni del dibattito mediatico.
ARCHIVIO FAMIGLIA OCCORSIO
Lettera di dimissioni dall’Associazione Nazionale Magistrati
2 dicembre 1969
Questa lettera di dimissioni, datata dicembre 1969, segnò un momento di rottura fondamentale negli equilibri della magistratura italiana. Il conflitto scaturì dai provvedimenti adottati da Vittorio Occorsio nel cosiddetto “caso Tolin”, relativo a reati commessi a mezzo stampa. In risposta a tali atti, il gruppo di “Magistratura Democratica” approvò a Bologna un documento che accusava il magistrato di partecipare a un “disegno sistematico” per limitare la libertà di opinione. Per Occorsio, tali affermazioni rappresentarono un attacco diretto alla sua indipendenza professionale.
A spingere il magistrato al distacco fu soprattutto l’atteggiamento dei vertici dell’ANM. Davanti a una contestazione così netta, l’ANM scelse la via del silenzio. Questa mancanza di solidarietà fu interpretata da Occorsio come un segnale d’allarme: il timore che il lavoro dei giudici potesse subire condizionamenti esterni senza trovare difesa nella propria categoria. Egli rivendicò la propria autonomia, ribadendo che il compito del magistrato era applicare le leggi dello Stato con imparzialità, senza piegarle a visioni ideologiche.
Il suo gesto rese pubblica una frattura profonda tra due modi di intendere la giustizia. Da un lato c’era chi spingeva per un impegno più “politico” del giudice; dall’altro la posizione di Occorsio, convinto che non spettasse ai magistrati forzare i cambiamenti sociali o sostituirsi alla politica, ma restare garanti rigorosi della legalità per proteggere la tenuta delle istituzioni democratiche.
ARCHIVIO FAMIGLIA OCCORSIO
Ma una cosa va detta per la tranquillità del cittadino: la Magistratura italiana non è serva né di altri poteri né di idee guida ed è invece garanzia per il popolo di obiettività di indagine ed indipendenza di giudizio.
Requisitoria di Occorsio al processo per la strage di Piazza Fontana, 26 settembre 1970