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L'omicidio
di Occorsio
1976
AUDIOGUIDA
La firma degli assassini
L’agguato
Il 10 luglio 1976, all’età di 47 anni, Vittorio Occorsio fu ucciso a Roma nella sua vettura a pochi metri da casa, mentre si recava in Procura. Pochi giorni prima, l’8 giugno a Genova, le Brigate Rosse avevano colpito a morte il procuratore Francesco Coco. Lui e Occorsio furono i primi magistrati uccisi da terroristi in Italia. Dopo trentadue raffiche di mitra, nove volantini del movimento neofascista Ordine Nuovo vennero lasciati accanto al corpo di Occorsio e sul sedile anteriore. Il figlio maggiore, Eugenio, fu tra i primi ad accorrere e lo trovò così, a distanza di pochi minuti. Una disegnatrice vide il killer e riuscì poi a tratteggiarne il volto; una moto Guzzi rossa era stata scorta nei paraggi per diversi giorni: tutte tracce, queste, che condussero agli assassini.
La sentenza
Nel volantino di rivendicazione, Ordine Nuovo sosteneva che l’omicidio era una vendetta per le indagini di Occorsio su di loro, concluse nel 1973 con lo scioglimento dell’organizzazione per il reato di ricostituzione del partito fascista, come previsto dalla Costituzione e dalla legge Scelba. Secondo loro, Vittorio Occorsio avrebbe così pagato la sua fedeltà ai princìpi della democrazia costituzionale.
A partire dal 1977, le indagini di Occorsio proseguirono con il procuratore Mario Amato, ucciso il 23 giugno 1980 a Roma, poco prima della strage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto di quell’anno.
Le indagini per l’assassinio di Occorsio furono prima assegnate al giudice romano Claudio Vitalone e poi per competenza alla Procura di Firenze. Il 22 ottobre 1976, in un covo romano di estremisti di destra, insieme ad armi e munizioni, tra cui il mitra Ingram usato per uccidere Occorsio, fu trovata la moto Guzzi di Gianfranco Ferro. Arrestato immediatamente e interrogato sia a Roma sia a Firenze, Ferro ammise di aver partecipato all’omicidio chiamando in causa, come esecutore, Pierluigi Concutelli, arrestato nel 1977. Un terzo uomo, alla guida dell’auto degli assassini, non fu mai identificato.
Indagini e sentenza
Il lavoro svolto a Firenze dai magistrati Piero Luigi Vigna e Luigi Pappalardo portò al processo della Corte d’Assise che il 16 marzo 1978 condannò all’ergastolo Pierluigi Concutelli, responsabile diretto, e Gianfranco Ferro, rimasto di guardia durante l’agguato, a ventiquattro anni di carcere, con una riduzione di pena per la sua collaborazione con la giustizia. L’indagine sull’assassinio rivelò quanto quell’omicidio fosse in realtà la violenta reazione all’intera vita professionale di Occorsio.
Per nove anni, dal 1967, Occorsio aveva svolto inchieste delicate, spiegate in questa mostra. Con l’ultima indagine era giunto ai legami tra le organizzazioni criminali che operavano sequestri di persona, le formazioni neofasciste e la loggia massonica Propaganda 2 guidata da Licio Gelli.
La sentenza per l’omicidio di Occorsio fu confermata dalla Corte di Cassazione il 6 marzo 1980. Un secondo procedimento contro i mandanti giunse a una prima sentenza di colpevolezza per i capi storici dell’estrema destra Stefano Delle Chiaie, Paolo Signorelli, Clemente Graziani, Elio Massagrande e Giuseppe Pugliese (21 marzo 1985) e poi alla loro definitiva assoluzione tra il 1990 e il 1994.
La mostra ripercorre l’attività di Occorsio dalla sua prima indagine rilevante, sul cosiddetto Piano Solo, all’ultima, originata dai sequestri di persona e giunta ai nessi con la Loggia massonica P2.
toga di vittorio occorsio, PISTOLA INGRAM, Volantini MPON
Pistola mitra Ingram
Per assassinare Occorsio fu utilizzata una pistola mitragliatrice Ingram. È leggera e maneggevole, ma molto potente per la velocità di fuoco. Pierluigi Concutelli esplose a raffica trenta colpi contro l’inerme magistrato.
L’Ingram è un’arma assai difficile da trovare in Italia. Quella sequestrata agli attentatori era stata consegnata dal fabbricante statunitense, la MAC (Military Armament Corporation), alla Polizia della Spagna del dittatore Francisco Franco ed era poi giunta nelle mani di Concutelli grazie ai servigi sporchi che i terroristi avevano fatto alle dittature della Spagna e del Cile.
Il 6 ottobre dell’anno precedente Concutelli, con l’aiuto dei militanti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, aveva cercato di assassinare Bernardo Leighton e la moglie Ana Fresno, colpendoli alla nuca.
Leighton era stato un importante esponente del Cile democratico, ed era in esilio a Roma dopo il sanguinoso colpo di Stato militare dell’11 settembre 1973, che aveva portato alla morte del Presidente cileno Salvador Allende
Prestito della Polizia scientifica della Polizia di Stato
Volantini del MPON trovati a fianco al cadavere di Vittorio Occorsio
Nella vettura di Occorsio furono trovati nove volantini accanto al cadavere. Erano intestati al “Movimento Politico Ordine Nuovo” e accompagnati dal simbolo dell’organizzazione: l’ascia bipenne iscritta in un cerchio.
Seguiva un testo nel quale si rivendicava l’omicidio del magistrato rendendo noto il movente del delitto. Il documento si apre con uno degli slogan della destra eversiva: «la giustizia borghese si ferma all’ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre».
Si sostiene poi che il magistrato, rappresentante della giustizia borghese e per questo processato dal Tribunale del MPON, è colpevole di aver «servito la dittatura democratica» attraverso le inchieste condotte contro la destra eversiva. Secondo la rivendicazione, quella sarebbe stata un’attività persecutoria nei confronti dei militanti e delle loro idee.
Il lavoro svolto in quegli anni da Occorsio presso la Procura della Repubblica di Roma aveva portato nel 1973 allo scioglimento del movimento eversivo per ricostituzione del partito fascista, ai sensi della Costituzione italiana, e condotto in carcere molti ordinovisti.
Il documento si conclude con la “sentenza” del MOPN, che decreta la morte del magistrato.
Archivio di Stato di Firenze, “Processo contro Pierluigi Concutelli e altri”
Fermati un attimo e pensa. Perché quei colpi di mitra hanno ucciso un poco anche te. Perché per ogni uomo che cade, come Vittorio Occorsio è caduto, muore qualcosa in ognuno di noi, muore una parte della nostra umanità e della nostra civiltà, muore una parte delle nostre speranze e delle nostre illusioni. Perciò fermati un attimo, non lasciarci soli.
DISCORSO COMMEMORATIVO SCRITTO DAL MAGISTRATO NICCOLÒ AMATO IN OCCASIONE DEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DI VITTORIO OCCORSIO, 10 LUGLIO 1977