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Il Piano Solo
1964
1969
AUDIOGUIDA
Ombre sulla democrazia
Il 1964 tra pericoli e segreti
Nel maggio del 1967 il settimanale «L’Espresso», diretto da Eugenio Scalfari, pubblicò una serie di articoli a firma di Lino Jannuzzi riguardanti un tentativo di colpo di Stato, mai attuato.
Secondo l’inchiesta, il piano era stato coordinato nel luglio del 1964 dal generale Giovanni De Lorenzo, dal 1962 al 1966 comandante generale dell’Arma dei Carabinieri.
Arresti illegali
Nel 1964, con la fine del primo Governo di Aldo Moro cui partecipava il Partito Socialista Italiano, si era profilato l’arresto di centinaia di persone i cui nomi erano stati selezionati da fascicoli in precedenza raccolti illegalmente dal SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate), dal 1955 al 1962 diretto dallo stesso De Lorenzo. Era la cosiddetta “lista degli enucleandi” e il piano sarebbe stato denominato “Solo”, perché se ne prevedeva l’attuazione da parte dei soli Carabinieri.
A seguito della querela per diffamazione a mezzo stampa sporta dal generale contro la testata e il giornalista, il caso fu assegnato a Vittorio Occorsio.
I tormenti di occorsio
Inizialmente Occorsio era convinto della colpevolezza degli imputati. Tuttavia, nel corso dell’indagine e del processo, l’avvicendarsi delle testimonianze e l’esame dei documenti lo indussero a mutare radicalmente posizione. A fine dicembre, giunse infatti a chiedere l’assoluzione per i due giornalisti e la chiusura del procedimento.
In questo cambiamento giocò un ruolo decisivo il “rapporto Manes”, così definito dal nome del generale dei Carabinieri, Giorgio Manes, che aveva condotto un’indagine interna all’Arma per verificare le notizie emerse. Il documento confermava in gran parte le denunce dei giornalisti.
Il rapporto divenne oggetto di un aspro contenzioso procedurale e istituzionale: sebbene inizialmente incluso integralmente nell’indagine, fu ritirato dal generale dei Carabinieri Carlo Ciglieri, perché da coprire con il segreto militare. Venne in seguito restituito pesantemente mutilato da numerosi omissis, che lo resero in gran parte inutilizzabile ai fini giudiziari.
Il Tribunale non accolse le conclusioni del Pubblico Ministero Occorsio, nel frattempo duramente contestato dalla difesa del generale, che aveva addirittura chiesto la sua rimozione.
I giudici disposero invece il proseguimento del processo, chiamando a testimoniare anche esponenti politici e ministri, tra cui Giulio Andreotti e Paolo Emilio Taviani. Nonostante le pressioni, Occorsio confermò le richieste chiedendo l’assoluzione degli imputati e la potenziale apertura di un procedimento a carico di De Lorenzo, che dal 1966 era divenuto capo di Stato maggiore dell’Esercito.
In contrasto con le conclusioni di Occorsio, i giudici condannarono Scalfari e Jannuzzi il 1° marzo 1968.
Dopo la sentenza
In quello stesso anno furono eletti in Parlamento sia Scalfari e Jannuzzi, per il Partito Socialista Italiano, sia il generale De Lorenzo, per il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica. Tutti vennero così ammessi all’immunità parlamentare.
In seguito, il generale De Lorenzo ritirò la querela. Successive inchieste e indagini anche parlamentari confermarono invece l’esistenza dei dossier, della “lista degli enucleandi” e il piano per il loro arresto. Emersero senza più omissis gli atti in passato secretati: effettivamente nel 1964 si progettò di arrestare e deportare, senza ordine del giudice, parlamentari, sindacalisti, giornalisti e persino intellettuali, come Pier Paolo Pasolini.
Dopo molti anni, il coraggio di Vittorio Occorsio risultò un grande servizio reso alla democrazia. Dimostrò inoltre che il pubblico ministero indipendente deve chiedere l’assoluzione, quando non vi sono prove per la condanna.
Querela sporta dal generale Giovanni De Lorenzo
12 ottobre 1967
La querela del generale De Lorenzo contro «L’Espresso» arrivò con mesi di ritardo, suscitando sospetti sulle sue intenzioni. Inoltre, De Lorenzo chiese di citare come testimoni della falsità degli articoli i massimi vertici dello Stato e dell’esercito. Questa denuncia, che finì sul tavolo del sostituto Occorsio in quanto magistrato di turno, si sarebbe trasformata presto in un caso nazionale.
ARCHIVIO DI STATO DI ROMA, PROCEDIMENTO DE LORENZO – L’ESPRESSO
Lettera del SegreteriaTO GENERALE della Presidenza della Repubblica con la quale si negano dettagli sulla presenza del generale De Lorenzo al Quirinale nelle giornate di luglio del 1964
17 gennaio 1968
Nonostante l’inchiesta de «L’Espresso» sul “Complotto al Quirinale”, il Presidente Segni non fu toccato dal processo per mancanza di querele ufficiali. Il Tribunale tentò di indagare sui colloqui tra Segni e De Lorenzo del luglio 1964, ma la Presidenza oppose con questa lettera il segreto politico e militare, impedendo di accertare il ruolo del Quirinale nel presunto colpo di Stato.
ARCHIVIO DI STATO DI ROMA, PROCEDIMENTO DE LORENZO – L’ESPRESSO
L’Espresso n. 20
14 maggio 1967
Lo scoop del 14 maggio 1967 svelò il “Piano Solo” con un racconto quasi cinematografico.
Jannuzzi narrava “l’ora X” e le “liste di proscritti” da prelevare “nel cuore della notte” per essere “concentrati in Sardegna”. Prima dell’analisi delle fonti del 21 maggio, l’articolo usò la forza della cronaca per denunciare il tentato sequestro della democrazia.
ARCHIVIO DI STATO DI ROMA, PROCEDIMENTO DE LORENZO – L’ESPRESSO
Lettera del Comando dei Carabinieri sul “Rapporto Manes”
22 dicembre 1967
Sebbene il generale Carlo Ciglieri, allora comandante generale dei Carabinieri, avesse inizialmente trasmesso il “Rapporto Manes” senza alcuna riserva, la sua linea mutò drasticamente nell’arco di sole ventiquattro ore. Con un repentino dietrofront, fu proprio Ciglieri con questa lettera a sollecitarne la segretazione, invocando il segreto politico-militare senza tuttavia specificarne le ragioni né circoscriverne l’oggetto.
In quel brevissimo intervallo, però, i documenti erano già stati formalmente acquisiti agli atti, entrando nella disponibilità delle parti. Consapevoli di ciò, sia il pubblico ministero Occorsio – che aveva certamente già preso visione del materiale – sia i difensori degli imputati si opposero alla rimozione, sostenendo l’improponibilità di un segreto generalizzato su atti ormai divenuti di dominio pubblico. Ciononostante, il Tribunale dispose lo stralcio del rapporto dal fascicolo in attesa di chiarimenti dall’Arma, sancendo così una profonda frattura tra la conoscenza effettiva di informazioni e la loro utilizzabilità processuale.
Archivio di Stato di Roma, “Procedimento De Lorenzo – Espresso”
Allegati al “Rapporto Manes” con omissis, dichiarazione del gen. Romolo Dalla Chiesa al gen. Manes il 21.5.1967
17 gennaio 1968
Conclusa la pausa natalizia, il processo si riaprì con due eventi di grande rilievo: la richiesta di astensione di Occorsio formulata dalla difesa di De Lorenzo e la riconsegna del “Rapporto Manes” da parte dei Carabinieri.
In precedenza, il generale Ciglieri aveva indicato che solo gli allegati – ovvero le dichiarazioni sottoscritte dai vari testimoni ascoltati dal generale Manes, che rappresentavano la base documentale di quanto riportato nel rapporto – contenessero parti protette da segreto militare. Tali documenti erano stati quindi restituiti all’Arma affinché, su ordinanza del tribunale, venissero epurati dalle informazioni sensibili prima della nuova consegna.
Tuttavia, una volta restituiti gli atti, fu subito evidente che l’intervento non si era limitato alla rimozione di nomi o luoghi coperti da segreto. Erano state cancellate intere frasi e ampie porzioni di testo, compromettendo irrimediabilmente l’integrità delle dichiarazioni originali. La dichiarazione di Dalla Chiesa qui riportata ne è un’evidente prova, nascondendo dietro gli omissis l’arresto di diversi esponenti del PCI.
Archivio di Stato di Roma, “Procedimento De Lorenzo – Espresso”
Lettera del legale di De Lorenzo, avv. Anselmo Crisafulli
8 gennaio 1968
Nella seduta del 23 dicembre 1967, il pubblico ministero Vittorio Occorsio, dopo l’esame del rapporto Manes, chiese l’assoluzione per i giornalisti Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi. Parallelamente, sollecitò la trasmissione degli atti alla Procura per valutare l’apertura di un’indagine nei confronti del generale Giovanni De Lorenzo. Il collegio giudicante, tuttavia, rigettò tali istanze, disponendo la prosecuzione del processo.
In risposta, al rientro dalla pausa natalizia, nel gennaio 1968, l’avvocato Crisafulli, legale di De Lorenzo, avanzò un’istanza affinché il magistrato si astenesse dal procedimento, inviando l’atto alle cariche più alte della giustizia italiana. La difesa sostenne che l’operato di Occorsio fosse viziato da un pregiudizio verso l’assistito e ne contestò l’utilizzo di documenti non più inclusi nel fascicolo processuale. Il Tribunale respinse l’istanza, escludendo motivi validi per l’astensione e confermando la legittimità del ruolo del pubblico ministero nel processo.
Archivio di Stato di Roma, “Procedimento De Lorenzo – Espresso”
Il giornalista ha il diritto di narrare i fatti di cui è a conoscenza e di valutarli criticamente secondo principi di logica. […] Entro quest’ambito l’esercizio del diritto è tutelato anche se i fatti riferiti possano offendere la reputazione del cittadino. Noi dobbiamo riconoscere al giornalista il diritto di trarre delle conclusioni da un certo comportamento. [...] L’importante è che i veri fatti, quelli materiali, siano esatti o che almeno provengano da una fonte di informazione che tale li fece apparire ai giornalisti.
Requisitoria di Occorsio al processo Espresso-De Lorenzo, 17 febbraio 1968